Expo 2015, intrattenere il pianeta

L‘intrattenimento non è una caramella o una birra.

Infnite Jest, David Foster Wallace

Un paio si mesi fa mi telefonò un amico e mi chiese se volevo accompagnarlo a visitare Expo 2015. La stagione delle lunghe code non era ancora iniziata ed io coltivavo anche una certa curiosità nel poter visitare l’esposizione universale, se non altro per avere direttamente un’idea della portata dell’evento. Per una serie di circostanze e di impegni ci siamo trovati a dover optare per l’ultimo weekend di ottobre, quello prima della chiusura. Sapevamo dove avremmo dormito, come ci saremmo mossi e cosa avremmo fatto. Quello che non sapevamo e che nessuno poteva prevedere era che la stagione delle lunghe code stava in agguato dietro l’angolo.

Nonostante le notizie che leggevo su internet diventassero sempre più clamorose sulla mole di visitatori che ogni giorno invadeva il sito espositivo, devo dire che ho continuato a mantenere una sorta di ottimismo (strano ma vero) nel voler visitare il non-luogo temporaneo più importante del mondo. Tanto chi vuoi che vada a d Expo all’ultimo minuto? Non sono mica tutti così scemi/furbi come me! E così, qualche settimana dopo mi ritrovai che ero stato appena vomitato al da un treno della metropolitana, decisamente tropo satollo, al suo capolinea insieme a centinaia di persone, per poi essere nuovamente ingurgitati da una passerella di ferro e acciaio che avrebbe dato inizio ad un altro tipo di digestione: una digestione lenta, fatta di finte scelte e percorsi obbligati.

Il mio ottimismo ha iniziato a vacillare sin da subito quando sento dire da un tizio che camminava vicino a me “La coda al Giappone è di 6 ore”. Erano solo 11:00 del mattino. Così, ancor prima di aver messo piede nel polo fieristico vero e proprio e dopo aver abortito l’idea di visitare uno dei padiglioni più acclamati dell’esposizione (diamine! In 6 ore posso fare il binge watching della prima stagione di “Unbreakable Kimmy Schmidt” su Netflix!) la mia attenzione viene attirata dai alcuni volontari che vendevano dei finti passaporti sui quali era possibile collezionare i timbri dei vari paesi all’uscita dei vari padiglioni. Un po’ come un allenatore di Pokemon che vuole collezionare i mostriciattoli più rari. Decido di non comprare il gadget perché era arrivato il momento di iniziare il giro del mondo in 12 ore seguendo il flusso di gente che andava verso il decumano dopo aver snobbato le 4 ore di coda al padiglione Zero.

padiglione zero expo2105

Il balletto dei tempi di attesa era iniziato. Si inizia con le due ore e mezza per il padiglione del Brasile, salvo poi scoprire che la lunga coda non era per accedere ai contenuti tematici che offriva il padiglione (di fronte ai quali la gente sfilava come se fosse davanti alla vetrina di una merceria) ma per la sua attrazione principale: una enorme rete sospesa grazie alla quale i visitatori interagiscono con l’ambiente circostante, quasi sicuramente inconsapevolmente, dal momento che il loro muoversi sulla rete innescava degli impulsi che modificano suoni e luci intorno a loro. Ma poi, due ore e mezza per passeggiare su una rete? Seriamente? Cosa deve esserci, allora, nel padiglione del Giappone? L’accesso ad un’altra dimensione? L’immortalità? Il contenuto della valigetta di Marcellus Wallace? La spiegazione definitiva di Inception? Avevo appena realizzato che il mio expottimismo iniziava a vacillare soprattutto dopo che anche il Nepal aveva posto il veto sul mettersi in fila a causa dell’enorme afflusso di gente. Ricordo che in quel momento ho desiderato del napalm.

Capii che probabilmente non avrei mai trovato risposta a queste domande e che, qualora fossi passato davanti a quel padiglione, avrei fatto di tutto per non guardarlo, avrei fatto finta di vedere al suo posto un vuoto urbano mai riempito. Decisi così di riacquistare un minimo di morale e visitare il padiglione del Vietnam: un padiglione piccolo arredato con oggetti di artigianato in bambù, legno, porcellana e in grado di contenere più gente di quello che uno può immaginare guardandolo dall’esterno. Molti di quelli che avevano vistato il Vietnam li riconoscevi subito perché indossavano il cappello a cono di paglia tipico del paese asiatico.

Uscii dal Vietnam con un po’ più di morale: avevo visitato due padiglioni in un’ora e mezza contro ogni previsione. E così passai per i cluster tematici di riso, caffè, cacao e cioccolato (interessantissimi) fino al padiglioni della Lituania che decreta la pausa pranzo. È stato allora che, mentre mangiavo il mio homemade-panino-tamarro-tipico-della-fiera, un’allegra famigliola con prole a seguito discuteva su quale padiglione era il migliore fino ad ora facendo nomi grossi: come ad esempio la Cina. Fu allora che mi resi conto di una cosa che avevo notato ma a cui non avevo fato importanza: l’elevato numero di passeggini. E se sei ad Expo con un passeggino e della prole vera (non come il genio del Cicciobello che American Sniper levati) sei il padrone dell’esposizione perché non hai bisogno di pianificare tutto, semplicemente fai quello che ti pare perché salti la coda. Chi è che adesso è spacciato? Io che ho messo su famiglia o tu che stai in fila da ore? Andai così verso il bellissimo padiglione della Cina a contemplare il grande campo di fiori gialli all’esterno.

padiglione cina expo 2015

Fu allora che realizzai che il mio expottimismo mi stava abbandonando e si stava trasformando in expofrustrazione: “potevo farmi prestare un duenne da qualche amico milanese che aveva messo fu famiglia” penso mentre digerivo il panino e mentre la fiera, a sua volta, stava digerendo me ormai da 6 ore (sì sono più pesante di una peperonata). Ma non solo iniziava sorgere un’ansia strana man mano che procedevo attraverso il decumano: l’ansia del visitatore che ha le ore contate e vuole visitare più padiglioni possibili dovendo ottimizzare i tempi e senza avere la garanzia di essere soddisfatto di quello che avrei visto. Un’ansia scandita dalle ore di coda ai diversi padiglioni: 2 ore, 4 ore, 7 ore, 2 ore di nuovo. E così via. In loop. Avanti. Dietro. Albero della vita, dove una miriade di bastoni per i selfie si agitavano per aria disegnando per aria delle traiettorie che quasi sicuramente avrebbero conposto le macchie del test di Rorschach. Ritorna sul decumano. Ecuador, che pareva il padiglione di Desigual. Germania, 4 ore di coda! Proviamo l’Austria. Anzi no. Alla Turchia non c’è coda (a ragion veduta dato che non ha muri di perimetro ed è un padiglione pressoché privo di contenuti). Fino a quando appare davanti a me. Lui. Il mostro mitologico dell’Expo. Colui che avevo deciso di ignorare a prescindere. Di snobbarlo. Il padiglione che per essere visitato richiedeva una tempra fisica e psicologica di notevole livello. Un tempo di attesa che ti permette di portare gli hobbit a Isengard e tornare indietro. Il final stage del survival game di Expo 2015, quello che se lo superi finisci il gioco e ciao. Ero davanti al padiglione del Giappone.

padiglione Giappone expo2015

La fila era lunga e girava tutta intorno al padiglione. Non si capiva dove fosse l’uscita e soprattutto se ci fosse un’uscita. C’era gente accasciata alle transenne. Gente che nel frattempo ha imparato a dormire in piedi. Gente che leggeva. Gente che chiacchierava. Gente che incideva frasi sul legno del padiglione e, a giudicare dai risultati, in preda ad una carenza creativa. Ma sfiderei chiunque dopo ore di coda a mantenere la lucidità mentale (sì, dico a te che hai scritto che sarebbe stato meglio un concerto di Gigi D’Alessio). Probabilmente la coda al padiglione giapponese è risultato essere il più grande esperimento di resistenza mentale creato involontariamente. Poi improvvisamente ho pensato che quella gente era in fila per un motivo preciso: era lì per assistere ad una delle più grandi forme di intrattenimento probabilmente mai pensate. Qualcosa di futuristico. qualcosa che andava visto a prescindere dal tema. Qualcosa di cui non si poteva fare a meno. Qualcosa che non puoi fare a meno di guardare. Qualcosa che porta l’esperienza dell’intrattenimento ad un livello superiore rispetto alla inconsapevolezza degli effetti della passeggiata nel padiglione del Brasile: porta tutto al livello dell’interattività. A non essere più passivi. Ad uscire da una forma di isolamento per arrivare a quello della comunione anonima “di far parte di una folla di spettatori, una massa di occhi nessuno dei quali è a casa propria, tutti fuori nel mondo e tutti puntati nella stessa direzione […] Adesso le folle si radunano a velocità pazzesca, così veloci che non riesci neanche a vederle, […] le folle si riuniscono e vengono tenute tutte insieme da una forza che sembra quasi nucleica, e stanno lì tutti insieme a guardare. Qualsiasi cosa attira gente […] La gente si arrampica e declama, e attira spettatori”. E c’ha ragione David Foster Wallace quando dice questo. Perché quelle persone, in quel momento, non avevano bisogno neanche di essere consapevolmente motivate perché semplicemente volevano far parte di quell’esperienza. Perché tutti ne parlano bene, perché anche se non ho idea di cosa ci sia lo vado a vedere lo stesso. A qualsiasi costo. “Dicono che sia bellissimo, quando mi ricapita più?” e all’improvviso quel timbro sul fake passport  valeva più di ogni altra cosa in quel momento lì. Il timbro del Giappone era diventato la figurina di Volpi o Poggi dell’Expo 2015. Una cosa rara ed autentica. E pensare che un paio di mesi prima era impensabile fare solo un’ora e mezza di fila per accedere al padiglione del Sol Levante.

Japan Pavilion Expo 2015

Mi allontanai, comunque, con la consapevolezza che qualsiasi cosa ci fosse all’interno del padiglione del Giappone probabilmente camperò abbastanza per vederla realmente. Anche perché ormai expottimismo ed expofrustrazione hanno ormai lasciato il posto alla stanchezza. Ero già digerito da un po’ ma avevo ancora il tempo e a forza per approfittare di una distrazione dell’addetto all’uscita del padiglione slovacco e infilarmi da lì e, successivamente, per spararmi un selfie a testa in su all’ingresso del padiglione della Russia.

Di sera Expo si trasforma prende delle sembianze diverse. L’albero della vita ha una sua identità cromatica definita che perde durante i mini-spettacoli del giorno. Mentre incrociavo facce fresche appena arrivate per l’entrata serale, mi diressi verso la metropolitana con la consapevolezza che questa volta il treno sarebbe stato a digiuno e che avrei trovato un posto a sedere. Pensai che forse prima avrei dovuto fare un salto al “Lost&Found” per chiedere della mia rotula destra. In piazza Duomo, dopo qualche ora, avrebbero suonato i Duran Duran.

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