#AllMyMovies, ovvero tu che guardi Shia LaBeouf che guarda i suoi film.

«Sotto sotto siamo tutti dei voyeur». È quello che dice Bettina a Ruth Fisher, in un episodio di “Six Feet Under”,  mentre spiano Arthur dalla balaustra delle scale. In quella battuta ho colto un riferimento ad  Alfred Hitchcock e al suo dialogo con Francois Truffaut a proposito de “La finestra sul cortile” raccolto nel libro di quest’ultimo Il cinema secondo Hitchcock. Ad un certo punto della discussione Hitchcock tira in ballo una recensione negativa del film, in cui si diceva che la pellicola era orribile perché c’era un tipo che guardava costantemente dalla finestra, replicando così: «Scommettiamo che nove persone su dieci, se vedono dall’altra parte del cortile una donna che si spoglia prima di andare a letto o semplicemente un uomo che mette in ordine la sua stanza, non riescono a trattenersi dal guardare? Potrebbero distogliere gli occhi dicendo “non mi riguarda”, potrebbero chiudere le loro persiane, e invece non lo fanno, staranno lì a guardare». Hitchcock aveva deciso di portare sul grande schermo il voyeurismo in toto preannunciando, in qualche modo, l’esigenza di fagocitare immagini anche prive di contenuti rilevanti in maniera compulsiva. L’importante è essere intrattenuti visivamente. L’esempio più lampante di questi tre giorni è il progetto di Shia LaBeouf chiamato #AllMyMovies, un’istallazione artistica creata in collaborazione con Luke Turner and Nastja Säde Rönkkö, in cui per tre giorni (dal 10 fino alle 4:55 pm del 13 novembre fuso orario di New York – le 23:00 italiane) l’attore e regista statunitense guarda ininterrottamente i suoi film in una sala dell’Angelika Film Center di Manhattan e contemporaneamente viene ripreso in soggettiva da una telecamera che trasmette in streaming la sua “performance”. (Qua trovate la diretta fino a quando sarà disponibile). Sì, avete ragione: Shia LaBeouf è uno scoppiato. 

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Per ore Shia ride, applaude, sbadiglia, dorme, mangia pop corn mentre la i suoi 29 film scorrono dal più recente al più vecchio sul grande schermo del cinema che non viene mai inquadrato. L’unica inquadratura disponibile è quella che vedete sopra, né troppo stretta nè troppo larga. E no, non ce l’ha un catetere. Perché quando Shia va in bagno quello che rimane è una sedia vuota e gente sullo sfondo che nel frattempo è entrata gratuitamente a vedere la proiezione del/dei film, a patto di essere disposti a fare una fila che ha come tempo di attesa quella che c’era per il padiglione giapponese di Expo 2015. Qua magari c’è materiale per assegnare premi del cazzo fino alla prossima generazione.

Alla fine maureen ce l’ha fatta ad entrare, coronando il sogno che si era imposto prepotentemente nella sua personale classifica di sogni da realizzare, sedendosi nella stessa sala di Shia. Non so però se è riuscita a conquistare il posto di fianco a lui come il fortunato Steve

o nelle file dietro di lui come ha fatto l’altrettanto fortunato cosplayer di Kurt Cobain (scambiato per Willy Wonka da un paio di bimbeminkia su Twitter – SHAME ON YOU!).

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E dopo un primo momento di sconcerto e di ilarità per i tweet che leggevo, mi sono reso conto dell’aspetto inquietante  della vicenda (come se osservare un estraneo che dorme e che sa che tu la stai guardando non sia già inquietante di per sè): stare lì a guardare una persona che in fin dei conti fa solo delle facce, dove non si sentono suoni e si vedono solo variazioni della luce emessa dallo schermo è un’esperienza alienante. È meta-intrattenimento collettivo allo stato puro. Guardare un attore che guarda se stesso e che facendolo recita un ruolo inedito per lo spettatore ordinario. #AllMyMovies è qualcosa di viscerale che sottolinea il narcisismo di chi viene ripreso ma anche la possibilità di umanizzare l’attore stesso e la possibilità di persone ordinarie di entrare a far parte dell’arredamento della sala, di essere delle vere e proprie comparse (un elemento accentuato tantissimo dalla diretta streaming). Ma anche in assenza del live probabilmente le cose non cambierebbero: se in sala ci fosse l’attore del film che siete andati a guardare non so fino a che punto non sarete distratti dalla sua presenza. È per questo che nello streaming live non viene inquadrato mai lo schermo nonostante sai quale film è in proiezione. E anche quando sai che Shia sta guardando Transformers non sai per quale scena sta ridendo o mettendosi le mani nei capelli. Che siate in sala o in collegamento streaming, c’è qualcosa che resta sempre celato: nel primo caso sarete sicuramente alle sue spalle e non avrete accesso alla sua mimica facciale; nel secondo caso non sapete per cosa sta ridendo o disperandosi.

E forse il film stesso diventerebbe un’corredo all’esperienza di sala perché c’è il tuo beniamino dentro che diventa il fulcro dell’attenzione. Perché vuoi intercettare qualsiasi elemento che possa far intuire una reazione: un sorriso, uno sbadiglio, una faccia. Lo spettatore in sala ha il “privilegio” di avere la star a 10 metri da lui. Lo spettatore a casa  ha il “privilegio” di avere un’istantanea in ottima qualità di ogni sua espressione del viso (perché i meme generator ne hanno bisogno). In entrambi i casi manca qualcosa. In entrambi i casi vince il suo narcisismo. Perché questa esperienza collettiva vuoi o non vuoi ti incuriosisce. Perché in fin dei conti non possiamo fare a meno di ingurgitare immagini di qualsiasi tipo. Perché #AllMyMovies è la finestra di quello di fronte attraverso cui sbirciamo quando vediamo che qualcosa si muove. Anche se siamo davanti ad un loop infinito che ci aliena ma ci soddisfa, ci compiace e ci appaga. E magari, forse, su quello schermo vorremo esserci noi.

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