Master of None, un’altra perla in casa Netflix

Come ben sapete Netflix è arrivato in Italia con il suo bel catalogo di robe on demand per determinare ancor di più la disgregazione sociale e contribuire ad abbassare il tasso di natalità nella nostra penisola. Tanto peggio. Finché c’è streaming, c’è speranza e per adesso sembra andar bene così. E mentre tutti stavano lì ad aspettare il rilascio della prima stagione di Jessica Jones (bave sulla tastiera, ndr), succede che la prima novità rilasciata da Netflix Italia è la comedy Master of None creata e interpretata dall’attore e sceneggiatore Aziz Ansari.

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Master of None è una perla rara nel panorama dell’intrattenimento televisivo al quale siamo abituati perché riesce a trattare, con sapienza, temi ed storie che spesso sono raccontate con superficialità o con troppo intellettualismo radical-chic. Siamo a New York e Dev è un trentenne di origini indiane che cerca di emergere nel mondo del cinema, facendo la gavetta registrando spot pubblicitari e cercando di non rimanere imbrigliato nella rete di incertezze legate al suo futuro, non solo lavorativo ma anche sentimentale. Ogni episodio – 10 in totale – racconta un aspetto particolare della vita di Dev facendo emergere tutte le ansie e le contraddizioni di una generazione 2.0 altamente connessa ma allo stesso tempo incerta sulle relazioni che vive perché divorata dall’ansia della ricerca della stabilità esorcizzata con rassicuranti citazioni pop. E questa contrapposizione passa attraverso tutti i mostri sacri delle relazioni umane: il confronto generazionale tra padri e figli; il vorrei-ma-non-posso-farmi-una-famiglia-e-avere-dei-figli-miei perché sono belli quelli degli altri e poi chi mi assicura che la cosa vada bene? Chi mi rimborsa? Sì ma nemmeno il “forever alone” mi va bene”; l’abitudinarietà dei rapporti sentimentali, in alcuni casi ridotti ad una mera lista di pro e contro; la questione del sessismo; gli stereotipi legati alle minoranze etniche nel lavoro e in maniera specifica al mondo dello show business (un tema che da un lato fa eco al discorso di Viola Davis per la vittoria agli Emmys e dall’altro strizza l’occhio a BoJack Horseman, altra serie di casa Netflix).

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Dev rappresenta il tipico trentenne che è grado di procrastinare una maturazione sociale fatta di tappe obbligate perché divorato dalle insicurezze della vita, dall’incapacità di scegliere, dalla paura di non avere storie da raccontare quando sarà vecchio (e che se stai lì fermo a rimirarti il gingillo di certo non ne avrai). Del resto i problemi e le domande che bisognava porsi dieci anni prima sono stati messi in freezer per poi essere ripresi quando ormai la data di scadenza è bella che andata, perché nel frattempo si era impegnati a godersi la nuova consolle (magari comprata con soldi non tuoi) o a recensire maniacalmente con lo smartphone qualsiasi cosa capitasse davanti, riducendosi ad una notifica in un telefono e credendo di non avere il tempo nemmeno per andare in un negozio di scarpe. E quindi sì, Dev ha un sacco di domande che lo travolgono e non può far altro che tergiversare o magari improvvisare e nel frattempo trovare un punto di vista alternativo grazie ai suoi amici Arnold (Eric Wareheim), un gigante dal cuore d’oro che a tratti incarna la filosofia Lebowskiana, e Denise (Lena Waithe), la spalla più pragmatica in grado di offrire alternative più logiche.

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La domanda di fondo alla fine è solo una: cosa fai quando la finestra delle opportunità si è chiusa? E l’unica risposta plausibile sembra essere: ti chiedi quando sarà la prossima. E Master of None è in grado di affrontare questo loop grazie ad un umorismo agrodolce di cui, nonostante tutto, gusti la parte migliore: quella della risata che riesce a infonderti un senso di leggerezza, nonostante sia poi una risata a denti stretti. È che Master of None ha una chiave di lettura, in fin dei conti, personale perché si gioca sul confine intimo tra il dentro e il fuori la comfort zone e puoi pensare “beh, in fin dei conti io qualche traguardo l’ho raggiunto e per ora mi sento appagato” oppure “DOV’È IL MIO XANAX” (e a quel punto Ansari diventa facilmente Ansiari) oppure “Ma alla fine lo avrò il mio lieto fine? Boh, sticazzi del lieto fine e delle convenzioni sociali! Tanto sto bene adesso” (e lo dici auto-convincendoti perché in fondo sai che alla fine non vuoi uscire dalla tua comfort zone). Ma qualsiasi punto di vista ognuno incarni, non si può far a meno di notare la sensibilità con cui Ansari ne parla. Ecco, in Master of None il cinismo non la fa da padrone. C’è ma non domina la scena e viene sublimato in un tiepido ottimismo.

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Volendo proprio trovare un difetto posso dire che in alcune scene (poche) l’interazione tra i personaggi sembra davvero artefatta e poco spontanea, come per assecondare esigenze di copione. Ma è un dettaglio che non pesa nella fluidità della serie perchè Master of None si caratterizza per essere una comedy sui generis (in effetti ogni tanto sfocia anche nella dramedy) sia perché non dà un’orizzontalità forte alla trama – che c’è ma esce solo alla fine – sia perché è frutto di una scelta autoriale ben precisa volta più a costruire un mosaico tematico che narrativo tout court. C’è una critica sociale di base che emerge grazie alle dinamiche umoristiche che Ansari padroneggia molto bene e che quindi non appesantisce la visione. Magari non sarà la serie della vita ma si distingue decisamente per scrittura e interpretazione. E poi ad un certo punto sbuca anche una tenerissima foca robot.

P.s.: Sembra paradossale come Master of None metta in evidenza l’eccessiva dipendenza dalla rete da parte dei millenials (la cosiddetta generazione Y, quella che comprende i nati tra gli anni ’80 e i primi del 2000) ma poi vada su un canale, Netflix, che consente di fare binge-watching delle serie tv.

P.p.s.(indirizzato): Questo post non può essere usato per argomentare contro l’autore stesso. Sì, sto dicendo a voi tre!

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2 thoughts on “Master of None, un’altra perla in casa Netflix

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