The Last Panthers: una Gomorra europea che non ce la fa

Vi parlo chiaro: ho intercettato The Last Panthers solo ed esclusivamente grazie ad un post di David Bowie su Facebook  in cui il duca bianco annunciava di aver scritto l’opening di questa miniserie co-prodotta da Sky UK e dalla rete francese Canal+. In realtà poi volevo anche provare a scrivere di The Last Panthers senza tirare in causa David Bowie ma mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile non citarlo soprattutto perchè “BlackStar“, la canzone della sigla (fa proprio anni ’90 dire così), è una delle poche cose buone di questa miniserie in 6 episodi attualmente in onda su Sky Atlantic HD. Sì, lo so, è iniziata il 12 novembre ma ne scrivo ora perché mi sono dovuto riprendere dal sanguinamento delle orecchie provocatomi dal doppiaggio italiano (sospendete le imprecazioni per quando vi farò questa polemica in maniera più argomentata in un altro post perché altrimenti adesso divago troppo).

Siamo a Marsiglia, Francia. Milan (Goran Bogdan) è a capo di una banda di rapinatori che svaligiano una gioielleria di lusso eseguendo un colpo da manuale: il bottino consiste in diamanti per un valore di 15 milioni di euro e già che ci siamo anche in un orologio di un certo livello. La rapina riesce alla perfezione ma nella fuga uno dei malviventi viene ferito mentre un altro, preso dal panico, decide di sparare a caso verso i poliziotti uccidendo una bambina. Da quel momento il bottino diventerà difficile da piazzare mentre le indagini seguiranno due filoni: quello dell’omicidio, seguito dal giovane detective francese Khalil (Tahar Rahim) e quello del recupero dei diamanti da parte di Naomi (Samantha Morton), ex operatrice di pace dell’ONU a Belgrado che adesso lavora per una compagnia di assicurazione capeggiata da Tom (John Hurt).

The Last Panthers

The Last Panthers nasce da un’idea del criminologo e giornalista francese Jerome Pierrat che prende ispirazione dal gruppo criminale delle Pink Panthers, un gruppo originario dell’ex-Jugoslavia che ha seminato il panico in Europa, Asia e America rapinando gioiellerie di un certo livello (non quelle dove andiamo noi #povery). La sceneggiatura è affidata all’inglese Jack Thorne mentre alla regia troviamo lo svedese Johan Renck che, tra gli altri, è stato dietro la macchina da presa in serie del calibro di Breaking Bad e The Walking Dead. Renck si fa subito notare nei primi 10 minuti di apertura dell’episodio pilota inanellando in maniera eccellente una serie di scene che vanno a costruire la rapina e la fuga dei ladri. Dieci minuti in cui azione e suspense sono concentrate e dosate come Dio comanda. Poi, però, questo concentrato viene diluito nel resto dell’episodio dove a dei dialoghi minimali si alterna qualche colpo di pistola e qualche accenno di flashback.

In effetti la rapina e i diamanti sono l’innesco per raccontare, in maniera lenta, le storie dei singoli personaggi in relazione al furto ma soprattutto in relazione al proprio passato. Un passato fatto di storie di violenza e avidità. Di bande criminali. Di guerra. Un passato grigio, cupo che si intreccia con la storia, quella vera dei Balcani, perfettamente intonato alle atmosfere che fanno da sfondo all’azione che si svolge tra la Marsiglia e Belgrado. Il che va anche bene se nel frattempo non inserisci qualche scena nonsense che ti fa passare un po’ la voglia. Per citarne un paio: usi i bigliettini per dare ordini al personale della gioielleria ma stai a volto scoperto, logico; tu, investigatore, dici ad un delinquente “incontriamoci in un posto pubblico” e poi vi trovate in un vicolo e le prendi; tu, poliziotto, durante la perquisizione di un appartamento guardi prima sotto al letto quando poi dall’armadio esce uno e ti spara, giustamente. Non per altro: è che a risentirne poi è la caratura dei personaggi.

The Last Panthers Milan

Ciononostante The Last Panthers si inserisce di diritto nel panorama di quelle serie tv europee (al netto della produzione in casa BBC) che possono davvero creare un’offerta alternativa a quella proveniente dagli States. Non è tutto da buttare ma nemmeno da osannare. Il linguaggio è quello più vicino al cinema che alla televisione: regia e fotografia sono ottime ma manca quell’autenticità (sulla quale il doppiaggio influisce parecchio) che ha fatto di prodotti come Gomorra qualcosa da vedere assolutamente e con la quale, The Last Panthers, condivide soltanto il genere ma non la caratura. Ecco, se si riesce a passare oltre a qualche cliché e al doppiaggio italiano sanguinolento allora diciamo che The Last Panthers è un bel racconto ma non è da standing ovation.

(Ma poi non ho capito: Gomorra sottotitolato sì e qualsiasi altra cosa no? Perché?)

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