Making a Murderer: anche Netflix entra nel mondo del true-crime

Negli episodi precedenti vi avevo parlato di due prodotti seriali di notevole rilevanza sopratutto perché hanno e continuano ad avere delle conseguenze tangibili e reali. Da un lato c’è Serial, podacast radiofonico condotto da Sarah Koenig che, dopo il caso di Adnan Syed, è tornata con una nuova stagione ad occuparsi di un nuovo caso, quello del militare americano Bowe Bergdahl. Dall’altro c’è The Jinx, la docu-serie di Andrew Jarecki che racconta la storia di Robert Durst e del suo coinvolgimento in tre casi di omicidio tra gli anni ’80 e primi anni del 2000. Nonostante la differenza dei media utilizzati entrambe le serie hanno iniziato a ri-settare le coordinate del genere cosiddetto true-crime, in cui c’è un narratore/regista/autore che esamina un caso di cronaca reale e ne racconta le varie sfaccettature. Ed è in questo contesto che si colloca anche Making a Murderer, la docu-serie in 10 episodi di Netflix che racconta la storia di Steven Avery, un uomo che ha scontato 18 anni di carcere per uno stupro che non ha mai commesso e che attualmente è detenuto con l’accusa di aver ucciso una giovane donna, Teresa Halbach.

Making a Murderer

Quella di Steven Avery è innanzitutto la storia di un errore giudiziario che lo ha portato a scontare ingiustamente 18 anni di detenzione per un crimine mai commesso. È infatti il 1985 quando Steven venne accusato di aver stuprato una donna di nome Penny Beerntsen. Per quella accusa il giovane Avery si è sempre dichiarato innocente e, nonostante i 16 testimoni (dichiarati non attendibili dalla corte) che confermarono l’alibi di Steven, la giuria condannò l’allora ventiduenne a scontare 32 anni di carcere.  Di quei 32 anni Steven ne scontò solo 18 grazie al Wisconsin Innocence Project che a partire dal 1994 prese a cuore la sua causa grazie agli avvocati Stephen Glynn e Robert Henak i quali iniziarono ad individuare ogni possibile falla nel sistema delle indagini. Un primo esame del DNA nel 1995 non bastò a scagionare Avery. Bisogna aspettare il 2002 perché un secondo esame del DNA lo scagioni per sempre da quell’accusa e gli restituisca la libertà nel settembre del 2003.

La risonanza mediatica del caso è altissima e la portata della notizia è enorme soprattutto dopo che Steven decide di intentare una causa legale contro la contea di Manitowoc per ottenere un risarcimento in denaro per gli anni spesi ingiustamente dietro le sbarre: si parla di 36 milioni di dollari. Tuttavia sembra che il “destino” non abbia finito con lui perché solo due anni dopo, nel novembre 2005, Steven viene collegato alla scomparsa e all’omicidio di una giovane foto reporter di nome Teresa Halbach.

making a murderer staven avery

Questa docu-serie di Netflix nasce da un’idea di Laura Ricciardi e Moira Demos che vennero a conoscenza del caso Avery nel 2005 grazie ad un articolo del New York Times. Fu allora che ebbero l’intuizione di girare un documentario sulla vicenda e decisero di lasciare New York per trasferirsi nella contea di Manitowoc – stato del Wisconsin – e seguire questa vicenda giudiziaria. Le due film maker seguirono tutto il processo per omicidio di Steven Avery e di suo nipote Brendan Dessey (accusato di essere complice dello zio nella scomparsa di Teresa) acquisendo più di 500 ore di interviste e registrando più di 180 ore di processo. Il risultato finale è il racconto per immagini reso lineare e scorrevole grazie ad un lavoro di montaggio eccellente. Al contrario di The Jinx e Serial, infatti, Making a Murderer non ha un narratore che racconta la vicenda o che prende parte attivamente ai dialoghi e alle interviste. In questo caso la Ricciardi e la Demos sono una sorta di periscopio che inseriscono lo spettatore in una narrazione che procede per interviste, udienze e interrogatori senza mai apparire di fronte la telecamera. Tuttavia il potenziale narrativo della storia non ne risente assolutamente perché ne deriva un ritratto molto nitido di ogni singolo “attore” della vicenda e delle conseguenze che ne derivano: Steven che, nonostante si professi innocente, deve combattere con la frustrazione di un nuovo arresto a detta sua ingiustificato e con lo spettro dell’abbandono che già lo aveva perseguitato durante la prima detenzione che gli costò il divorzio dalla moglie e l’allontanamento dai figli; l’accanimento sociale e mediatico verso la famiglia dell’imputato che fa da contraltare alla solidarietà espressa verso la famiglia della vittima che vuole trovare un colpevole a tutti i costi (e chi meglio di Steven Avery, un giovane ragazzo appartenente alla classica famiglia con abitudini strane e che aveva precedenti per furto con scasso e crudeltà verso animali?); l’importanza dell’opinione pubblica che in qualche modo influenza l’andamento dei processi; la ferocia di un sistema giudiziario che mira più a perpetuare il verdetto invece che valutare l’effettiva innocenza di una persona e che ha il potere di stritolarti a suo piacimento se ti capita un avvocato d’ufficio negligente in cerca solo di un paio di riflettori.

Making a Murderer riesce a scoperchiare tutti questi meccanismi e mostra come sia semplice far prevalere uno spirito giustizialista ad ogni costo, abbandonando la presunzione di innocenza come se nulla fosse. Perché nonostante l’assoluzione Steven da quell’accusa di stupro, Avery viene comunque messo alla sbarra per un omicidio che probabilmente non ha mai commesso, evidenziando soprattutto la superficialità con il quale il caso è stato gestito e come ci viene presentato. L’opera di narrativa e di montaggio di Making a Murderer permette allo spettatore di inserirsi all’interno della linea di deduzioni (il)logiche che portano una persona a subire un calvario giudiziario, mediatico e sociale, dove ad uscire sconfitto è lo stesso sistema giudiziario che preferisce perseverare nell’abuso di potere piuttosto che provare a redimere se stesso da un errore commesso anni addietro.

Ancora una volta la televisione riesce ad inserirsi prepotentemente tra le maglie della realtà e scardinarne i principi fondamentali grazie ad una forma di storytelling che non consente la conclusione del racconto (ancora) perché la narrazione è ancora in corso e abbraccia trasversalmente la televisione, il giornalismo giudiziario e i social network. Peraltro pare che anche il collettivo di hacker Amonymous dovesse essere pronto a diffondere informazioni sul caso attraverso l’account Twitter OPAveryDassey. Una notizia che da un lato si è rivelata infondata dal momento che l’account Twitter ha eliminato i tweet. Tuttavia il caso di Steven Avery non è passato inosservato: il documentario di Netflix ha messo in  moto una serie di meccanismi di accuse e smentite da parte dei vari “personaggi del processo” al punto che si è creato un grosso dibattito intorno a questo caso che è possibile seguire attraverso i principali siti di informazione televisiva e magazine on-line americani.

Da un punto di vista prettamente televisivo, invece, posso dire che non siamo certamente ai livelli di The Jinx ma, insieme al documentario di Jarecki e a Serial,  Making a Murderer  contribuisce a far emergere la necessità/volontà di raccontare storie di vita reale e, magari, di deviarne anche il corso in nome della verità spettacolarizzazione al punto che Netflix ha reso disponibile il primo episodio gratuitamente su YouTube (lo trovate a questo link).

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5 thoughts on “Making a Murderer: anche Netflix entra nel mondo del true-crime

  1. Articolo interessantissimo! Si sta dando davvero tanta attenzione al genere “true crime” e certamente (The Jinx lo dimostra chiaramente) il rischio è che la spettacolarizzazione incida fortemente sull’opinione pubblica. Se ti interessa noi abbiamo scritto un articolo sul caso di “Serial” (te lo segnaliamo anche perchè in Italia è passato quasi del tutto inosservato) https://collettivod.wordpress.com/2016/01/03/serial-tra-storytelling-e-fact-checking/

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    1. ti/vi ringrazio :D Il true crime sta davvero “rinascendo” in una chiave del tutto inedita e soprattutto cavalcando bene l’onda della diffusione su internet. Il rischio che l’opinione pubblica venga influenzata in maniera consistente c’è e penso sia messo in conto da chi crea questi documentari e li realizza. Secondo me il rischio più grande, nel creare contenuti di una certa portata, è che rischiano di essere soltanto virali e quindi di essere svuotati di significato: una volta passati i “15 minuti di celebrità” l’entusiasmo per quel caso di cronaca specifico magari scema un po’ per poi essere sostituito con un altro. Forse però sono un po’ catastrofista e certamente l’opinione pubblica americana è differente da quella italiana (che magari potrebbe imparare meglio un po’ di fact checking) :D

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      1. Qualche programma lo fa utilizzando forme di racconto con tagli diversi. Il problema è la spettacolarizzazione (che è bassa e mi riferisco a quella fatta dalla televisione del dolore) o li tengono in seconda/terza serata. Penso ad esempio a “Storie Maledette” che quest’anno va finalmente in prima serata. È che il telespettatore penso vada educato a distinguere il racconto fatto per spiegare da quello fatto per intrattenere e basta. E, purtroppo, siamo scesi al livello della cronaca come “varietà”.

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