The Abominable Bride, la recensione dello speciale vittoriano di Sherlock

[Contiene Spoiler sull’episodio di Sherlock “The Abominable Bride”]

Sherlock è finalmente tornato! A distanza di due anni dalla fine di una terza stagione un po’ sotto tono rispetto alle prime due e da quel cliffhanger che risuona ancora come un’ossessione: “Did you miss me?”. Due anni dopo l’apparizione di Moriarty sui teleschermi di tutta l’Inghilterra, Steven Moffat e Mark Gattis decidono di farci fare un balzo indietro nel tempo di poco più di un secolo in una Londra dallo stile vittoriano pullulante di carrozze, merletti e bombette e con Sherlock Holmes e John Watson alle prese con un nuovo in stile ghost story: c’è una sposa che è tornata dall’oltretomba e adesso vuole vendetta.

Emelia Ricoletti è una giovane sposa che nel giorno del suo anniversario di matrimonio impazzisce e inizia a sparare a caso sulla gente dal balcone di casa sua. In preda al raptus psicotico l’esile donna punta la sua pistola contro se stessa e si spara. Solo poche ore più tardi il neo-vedovo Thomas Ricoletti viene ucciso a colpi di fucile da una donna in abito da sposa: Emelia Ricoletti non ha fatto in tempo ad arrivarci che già sembra essere tornata dal mondo dei morti. E il fatto che il suo corpo giacesse in un obitorio londinese al momento dell’omicidio di Mr. Ricoletti lascia pensare che la donna sia realmente risorta. Impossibile, è vero. Eppure la sposa cadavere continuava mietere vittime anche successivamente. Com’è possibile? Holmes e Watson decidono così di (ri)prendere il caso ma solo dopo che Mycroft chiede ai due coinquilini del 221B Baker Street di proteggere un suo amico, Eustache Carmichael, minacciato di morte dal fantasma. È l’occasione giusta per Sherlock di fare due chiacchiere con la defunta Emelia Ricoletti e scoprire chi si nasconde realmente dietro quel velo bianco.

Sherlock the abominable bride

Reduci dalle vicende de “I Mastini di Baskerville” (s02e02) immaginare che questo episodio di Sherlock avesse un impianto narrativo in stile Scooby-Doo si lasciava intuire dal terzo teaser che ha anticipato l’episodio: c’è il mostro/fantasma che semina il panico ma l’epilogo della vicenda riporta gli eventi nell’ordine della normalità perché i protagonisti scoprono che, in fondo, l’elemento soprannaturale è tutta una farsa, una messa in scena volta a camuffare/alterare la realtà dei fatti (e del resto non poteva essere altrimenti). E questo elemento si rintraccia subito a pochi minuti dall’inizio dell’episodio quando Sherlock chiede ad uno spaventato Lestrade se i resoconti sulla vicenda fossero poetry or truth? Verità o fantasia*? Lestrade risponde che per molte persone le due cose combaciano ma Sherlock lo riprende dicendo che solo gli idioti possono pensare una cosa del genere. Perché in un mondo in cui regna la logica e la razionalità non è possibile includere qualcosa che le trascende. Ecco, l’intero episodio si basa su questa non così banale distinzione tra due livelli che possono contaminarsi al punto che il piano della verità può risultarne contaminato e poco plausibile. Dimostrazione ne è il momento in cui Watson sostiene di aver visto il fantasma della sposa e Sherlock tuona contro di lui dicendogli “hai visto solo quello che dovevi vedere”, perché i fantasmi non esistono se non nella mente delle persone che li creano.

*letteralmente poetry si riferisce alla poesia, in grado di di trasmettere stati d’animo in maniera evocativa e potente.

E infatti basta un biglietto trovato sul cadavere del povero Eustace a far riaffiorare i fantasmi nella mente di Sherlock. Un biglietto che al ritrovamento del corpo non c’era e che dice: “Miss me?”. Boom! Iniziano a suonare un paio di campanelli e l’episodio inizia man mano a svelare la sua vera natura. Sherlock si ritrova a parlare con Mycroft al circolo di Diogene. Il nome di Moriarty esce fuori e la domanda posta da Lestrade riecheggia in lontananza con Mycroft che descrive la vita di Sherlock in due parole: ragione pura detronizzata da un vero e proprio melodramma. Di nuovo: verità o fantasia? Il tutto mentre la telecamera indugia prima una volta e poi una seconda su un quadro: le cascate di Reichenbach di Joseph Mallord William Turner. È solo il preludio alla scena madre dell’episodio: la comparsa di Moriarty (Andrew Scott è come sempre magnifico), il vero spartiacque tra la realtà e l’immaginazione. Tutto ad un tratto il caso della sposa suicida/omicida assume una rilevanza secondaria quando è lo stesso Moriarty a porre il problema di come abbia fatto Emelia Ricoletti a spararsi in bocca e sopravvivere e che subito Sherlock riadatta in come ha fatto Moriarty a spararsi in bocca e a ritornare? Ed è qui che si svela la vera natura di questo episodio: Holmes in realtà nella Londra vittoriana non c’è mai stato realmente ma è sempre stato all’interno del suo palazzo mentale cercando di risolvere la morte di Moriarty attraverso una caso avvenuto un secolo prima, quello appunto di Emelia Ricoletti. L’ambientazione vittoriana non è altro che una messa in scena attraverso la quale riconsiderare la realtà secondo un’ottica totalmente diversa ed inedita (“Come avrei risolto il caso se fossi stato nel 1985?”). Eppure ad inizio episodio (successivamente al recap degli episodi precedenti che un po’ ha fatto pensare) è lo stesso Sherlock a darci un indizio  su tutto questo impianto narrativo quando interrompe un battibecco tra Mary e Watson e, con un alone di mistero, dice “Il palcoscenico è pronto. Il sipario si alza. Siamo pronti ad iniziare”, un riferimento alla teatralità che si rintraccia in più momenti dell’episodio proprio a voler dare un’impostazione melodrammatica al racconto giustificata da una dichiarazione di intenti camuffata da una presunta profondità poetica: “A volte per risolvere un nuovo caso bisogna risolverne uno più vecchio. Molto vecchio. Ci sarà da scavare. Nel profondo di me stesso”. Ed è così che siamo alle prese con un punto di vista inedito che ci porta direttamente nella mente del detective e del suo potere autodistruttivo. È Holmes che attraversa lo specchio e ci porta all’interno di un’avventura nel mondo dell’inconscio e della sua personalità. Un viaggio all’interno del suo palazzo mentale nel quale si celano i suoi pensieri più profondi ma all’interno del quale continua a vigere la più strenua razionalità: c’è la reticenza verso se stesso a intrattenere discorsi che abbiano come oggetto le sue relazioni sentimentali e la sua ostinazione a giudicare, ad esempio, il suo rapporto con Irene Adler solo in chiave di venerazione per la sua intelligenza piuttosto che ammettere l’esistenza di un sentimento reale; c’è la perseveranza nel voler dare un senso logico alla sua fantasia e cercare di capire come il professore sia possa essere ancora vivo nonostante lo stesso Moriarty, al momento della soluzione del caso, lo incalzi dicendo “Non ha senso, Sherlock, perché non è reale”. E giustamente non è reale perché essendo nel suo palazzo mentale Moriarty, in questo caso, non è che una creazione della mente dello stesso Sherlock in grado di minare le sue certezze. C’è, in fondo, la consapevolezza che alla fine dei conti Moriarty non è altro che il suo doppelganger, il suo lato oscuro, il virus che danneggia il suo hard drive colui che visita il 221B di Baker Street quando in casa non c’è nessuno. È il fantasma che lo ossessiona. Perché tutti abbiamo un passato e i suoi fantasmi non sono altro che le ombre che definiscono ogni giorno di sole. Perché non è il “Napoleone del crimine” per se a dire che lui è la più grande debolezza di Sherlock. È lo stesso Detective che lo dice a se stesso. Sono i due lati della stessa medaglia. Alla fine sono sempre loro due. Ed è così che Sherlock per non rimanere sepolto nel suo stesso palazzo mentale si lancia dalla cascata di Reichenbach: perché non è inscindibile da Moriarty. Perché è stato lo stesso Moriarty a dirgli, nel suo salotto, che il trucco non sta nella caduta ma nell’atterraggio.

sherlock the abominable bride

Con The Abominable Bride Gattis e Moffat danno a questo episodio di Sherlock una identità in stile Inception articolata dapprima su tre livelli narrativi (Sherlock, in volo sul jet – primo livello/realtà – è nel suo palazzo mentale dopo aver fatto uso di droghe – secondo livello reale e primo livello vittoriano – e in questo stesso palazzo mentale fa uso di cocaina giungendo così ad terzo livello reale – secondo livello vittoriano – dove avviene il primo incontro con Moriarty) per poi alternare una narrazione che alterna realtà e finzione avanzando di pari passo. E anche quando il caso dell’abominevole sposa viene risolto (anche se per merito tutto di Mary in uno slancio di puro e semplice femminismo) questa rivelazione assume un’importanza inferiore nell’economia del racconto perché tutto punta a scoprire se Moriarty è morto per davvero. E non è un caso che sotto il velo della sposa faccia capolino lo stesso Moriarty a dissacrare tutta la messa in scena perché è tutto nella testa del Detective. Tutta l’ambientazione vittoriana non è altro che l’ologramma che nasconde qualcosa di più concreto che porta ad una spiegazione razionale. Il caso della sposa non è altro che il corrispettivo narrativo di un espediente teatrale noto come il fantasma di Pepper che rende l’illusione realistica ma che cela comunque una spiegazione scientifica. Un modo per dire come attraverso qualcosa di immaginato si può risolvere un dilemma reale perché non si tratta più di operare una distinzione tra finzione e verità ma è trovare il modo con cui una rappresentazione può aiutare a trovare la verità su qualcosa. Perché se Moriarty è davvero morto chi si cela, adesso, dietro il suo presunto ritorno?

sherlock the abominable bride watson

Nonostante il travestimento vittoriano (che se non altro rende tributo al periodo in cui le avventure di Sherlock Holmes sono ambientate nei romanzi di Doyle) la natura della serie non ne risente assolutamente con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman in perfetta sintonia e con dialoghi tra tutti i personaggi che mantengono la frizzantezza e l’ironia a cui la scrittura di Moffat e Gattis ci ha abituato. Tutto il cast gode di una sincronia e di un’affinità che rende armoniosa la visione grazie anche alla regia di Douglas Mackinnon in grado di giocare con le inquadrature e facendo sì che il passaggio tra realtà e finzione avvenga gradualmente. Il risultato è un episodio solido e che mantiene si suoi punti di forza e li valorizza secondo una chiave di lettura del tutto inedita. Ad uscirne rafforzata è un’ulteriore caratterizzazione del personaggio di Sherlock e della sua relazione con Moriarty che, diciamolo pure, era mancato parecchio. È un’ode al narcisismo di Holmes che nel suo trip mentale si pone delle domande e risponde assumendo punti di vista diversi e che, allo stesso tempo, segna l’inizio di un percorso evolutivo dello stesso personaggio.

Probabilmente chi si aspettava un semplice episodio speciale ha avuto la sorpresa di poter godere di nuovi sviluppi sugli eventi. Tuttavia non è improbabile che un’impostazione in stile Inception possa far storcere il naso a qualcuno. In sostanza The Abominable Bride è un episodio travestito da filler che ha il compito di risolvere il cliffhanger della terza stagione, fungere da ponte verso la quarta che andrà in onda (speriamo) nel 2017 e, perciò, placare la fame dei fan di Sherlock a digiuno da due anni. E gli 8 milioni e mezzo di spettatori sintonizzati sulla BBC ne sono stati dimostrazione. Del resto, come John Watson, Gattis e Moffat sanno come vendere una storia.

Note a margine:

  • L’Abominevole Sposa arriverà nei cinema italiani i prossimi 12 e 13 gennaio distribuita da Nexo Digital. A questo link trovate i cinema che proietteranno l’episodio speciale.
  • Come tutti gli episodi di Sherlock anche The Abominable Bride (l’Abominevole Sposa) fa riferimento ai racconti di sir Arthur Conan Doyle. Il titolo dell’episodio è un riferimento ad una citazione tratta da Il cerimoniale dei Musgrave in cui il narratore non è Watson bensì Holmes stesso. Il racconto è presente all’interno de “Le memorie di Sherlock Holmes”. I semi che Eustace Carlmichael riceve come intimidazione sono un riferimento al racconto cinque semi d’arancio, con la variante che nel racconto la setta è il Ku Klux Klan mente in questo episodio è un movimento femminista.
  • In casa Watson è Mary ad indossare i pantaloni.
  • Lestrade, ti voglio bene.
  • È probabile che ci sarà qualche altro speciale vittoriano ma per il momento si tratta solo di voci.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...