Revenant – Redivivo: Iñárritu, DiCaprio e il fattore piombo che non ti aspetti

Quello che si dice intorno a Revenant – Redivivo, l’ultima fatica del regista messicano Alejandro González Iñárritu, è un mantra che si ripeterà all’infinito fino alla notte degli Oscar del 28 febbraio: “DiCaprio merita la statuetta”, “Se non danno l’Oscar a DiCaprio [inserire imprecazione a proprio piacimento]” e via dicendo. E poco importa se l’agognato premio gli è stato già assegnato per acclamazione ancor prima che il film uscisse nelle sale (almeno quelle italiane): oh, quello ha dormito in carcasse di animali! E s’è adattato a condizione climatiche estreme! (era anche girata la notizia, poi smentita con un comunicato della Fox diffuso da Enterteinment Weekly, secondo cui DiCaprio fosse stato addirittura stuprato da un orso. Alcuni c’hanno pure creduto. TSO!). Tutto fantastico ma equivale un po’ a giudicare la prestazione di un atleta dal suo allenamento e non dalla sua performance effettiva.

Quello che invece bisognerebbe dire è che Revenant è un film spettacolare, girato magistralmente, con un livello tecnico altissimo tanto che gli attori sembrano muoversi in un quadro ma con il peso specifico del piombo, con personaggi più o meno (in)consistenti e con una trama essenziale che si avvita bene su virtuosismi registici che apprezzi all’inizio ma che in due ore e mezza di film si fanno sentire eccome. Sulle palpebre.

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Revenant è ispirato alla storia vera di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) un esploratore americano che nel 1823 fece da guida ad un gruppo di cacciatori di pellami nell’ancora vergine America Settentrionale. Dopo essere stati attaccati da un gruppo di nativi Arikara, Glass venne aggredito da un orso grizzly sulla via del ritorno verso il fortino. Le sue gravi condizioni di salute iniziarono a rallentare il gruppo e così il capitano della spedizione Andrew Henry (Domhnall Gleeson) decise di affidare l’assistenza di Glass al non ancora re dei balordi John Fitzgerald (Tom Hardy) che, curandosi solo del guadagno che avrebbe ottenuto da quel compito, decide di lasciare indietro l’esploratore. È da qui che inizia la corsa alla sopravvivenza di Glass, determinato a restare in vita e a raggiungere il gruppo per avere vendetta.

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Revenant è un film con una potenza visiva enorme che riesce a mescolare realismo e leggenda in maniera esemplare grazie ad una impostazione registica precisa e la fotografia perfetta di Emmanuel Lubezki (già Oscar per Gravity e Birdman e in lizza con Revenant per la terza statuetta consecutiva). L’utilizzo di sola luce naturale riesce a conferire al film un forte senso estetico e di autenticità che viene sottolineato soprattutto nelle inquadrature a campo lungo dei paesaggi – quelli tra Alberta, Montana e British Columbia, che spesso tendono a diventare protagonisti del racconto – e che non perde efficacia nelle scene di azione girate prevalentemente con l’uso della steadycam e rese intense dalla colonna sonora di Alva Noto e Ryūichi Sakamoto. Quella di Iñárritu, infatti, è una scelta registica precisa che nasce dalla consapevolezza di volersi esprimere al di fuori degli scenari claustrofobici del teatro di Birdman, portando lo spettatore a sentire l’azione piuttosto che guardarla semplicemente: l’attacco dei nativi all’inizio del film è girato con una maestria impressionante grazie a piani-sequenza e a carrellate che ci restituiscono un punto di vista privilegiato e una violenza quasi tangibile; l’attenzione ai dettagli come l’orso che appanna la lente della videocamera dà all’azione un’ulteriore valenza di realismo nonostante la scena del grizzly sia stata realizzata, ovviamente, con l’aiuto della CGI (Computer Generated Imagery).

Tutto molto bello, tutto tecnicamente molto corretto. Ma in due ore e mezza di film sembra non si vada oltre la semplice ostentazione delle capacità del regista in cui tutti gli elementi tecnici stanno lì al posto giusto in modo da rendere più leggendaria una trama esile, rimpolpandola con espedienti narrativi (le differenze tra la storia di Glasse e il film le trovate a questo link) e qualche luogo comune che rendono il tutto prolisso e retorico. E all’uscita dalla sala hai la sensazione di avere un cinghiale sullo stomaco, stremato dopo due ore e mezza di abbuffata audio-visiva. E magari era proprio questo l’intento del regista messicano: stremare lo spettatore come è stremato Glass durante il suo percorso di sopravvivenza. Perché sebbene l’apparato tecnico sia ineccepibile (e Iñárritu lo sa bene e magari si vuole anche auto-celebrare), Revenant è fatto di un continuo reprise di eventi che accadono ciclicamente (il personaggio di DiCaprio si trova in fin di vita e si riprende tipo tre volte) intermezzati da sequenze oniriche che appesantiscono il discorso narrativo e lo rendono ansimante come il respiro sofferente di un protagonista senza un proprio spessore e che assume una qualche caratterizzazione solo grazie al suo avversario Fitzgerald. Tom Hardy, al netto del doppiaggio riesce a dare vita ad un personaggio spietato e senza morale di tutto rispetto. DiCaprio, invece, ha avuto decisamente ruoli migliori con cui poter concorrere alla statuetta (che poi vorrei anche capire, in generale, come si assegnano gli Oscar ad attori doppiati in italiano. Ma tant’è!). Tra questi due estremi sta invece Domhnall Gleeson che interpreta un  Andrew Henry che vive la consapevolezza di essere parte di un genocidio, quello dei nativi americani, e l’incapacità di sottrarsi alle logiche economiche che stanno dietro l’esportazione della democrazia e della civiltà.

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Revenant è un film molto tecnico che non si nasconde dietro a quei falsi moralismi che imporrebbero una regia pura e scevra da supporto tecnologico in film di questo tipo. Tuttavia man mano che la pellicola va avanti si perde di vista la visceralità con il quale probabilmente è stata concepita arrivando a banalizzare persino il tema della vendetta con un dialogo tra i personaggi, in un momento catartico, del tipo “prenditi la tua vendetta tanto non si torna indietro”. È uno sviluppo un po’ anomalo, che non ti aspetti dal regista di un film come Birdman. Diciamo che una buona mezzora di film potava andare a riempire la sezione contenuti extra del DVD, ecco. Perché anche gli stessi temi della brutalità dell’uomo e della natura perdono di mordente man mano che il film va avanti, impattando sullo spettatore all’inizio del film e provocando assuefazione a causa di primi piani indugiati che trasudano sofferenza e supplica. Ma magari anche questo fa parte del repertorio tecnico del film, per convincere l’Academy a darglielo davvero l’Oscar a DiCaprio. Se non altro per toglierci davanti i DiCapriers.

P.S.: chissà se fanno uno spin-off del film intitolato “Finding Powaqa”.

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