Winter On Fire, la protesta ucraina di piazza Maidan raccontata nel documentario di Evgeny Afineevsky prodotto da Netflix

Quello che è successo in Ucraina durante l’inverno a cavallo tra il 2013 e il 2014 è una ferita ancora aperta nel cuore dell’Europa perché le conseguenze politiche, sociali ed economiche di quella protesta sono ancora vive, anche se non se ne sente parlare più tanto spesso. Durante quell’inverno il popolo ucraino decise di scendere in piazza per manifestare contro il proprio presidente Viktor Yanukovych il quale, invece di firmare il trattato di libero scambio delle merci con l’Unione Europea (disponendo così l’ingresso dell’Ucraina nella comunità Europea e magari la progressiva uscita dalla crisi economica che stava attraversando il paese), decide di cedere alle pressioni della Russia di Putin. Era la sera del 21 novembre 2013 quando qualche centinaio di ucraini accolsero l’appello girato su Facebook del giornalista Mustafa Nayyem e scesero in piazza a Kiev per manifestare il proprio dissenso contro Yanukovych dando vita a quello che poi venne chiamato il movimento di Euromaidan. Era la prima di quelle che poi vennero chiamate le 93 giornate di Maidan.

Il regista russo Evgeny Afineevsky aveva appena finito di girare il suo ultimo lavoro quando iniziarono le proteste a Kiev. Decise allora di seguire da vicino l’evento iniziando a documentare l’enorme flusso di gente che ogni giorno riempiva la piazza della capitale ucraina al cospetto della BerehyniaUna protesta pacifica che venne repressa violentemente fino a far diventare il centro di Kiev lo scenario di una feroce guerriglia tra manifestanti e forze di polizia. È una storia che abbiamo letto tutti sui giornali, è vero, ma il pregio di Winter on Fire è che riesce a raccontare questa trasformazione in maniera del tutto fluida e naturale portando lo spettatore ad assumere un punto di vista privilegiato, quello dato dalla presa diretta e dalle interviste fatte sia successivamente alla protesta che durante le manifestazioni. Avvalendosi di materiale video registrato con smartphone e videocamere amatoriali Afineevsky  riesce a dare al documentario un senso di realismo tale che per essere perfetto dovrebbe consentirti di respirare la puzza dei copertoni bruciati o sentire il freddo dell’inverno ucraino sulla pelle. Per il resto c’è tutto: c’è la ferocia inaudita dei Bekrut (un’unità antisommossa della polizia ucraina); c’è l’incredulità delle persone davanti a questa violenza gratuita e senza motivazione; c’è la volontà del popolo ucraino di organizzarsi per far fronte a questa repressione; c’è l’appoggio da parte delle istituzioni ecclesiastiche ucraine. C’è la storia del dodicenne Roman Savelyev, a Maidan per sua scelta, che aiuta le persone accampate in piazza a restare in contatto con i propri familiari occupandosi della “tenda tecnologica” ma che presto dovrà imparare come si costruisce una bomba molotov.

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Afineevsky ci porta dietro e dentro le barricate di piazza Maidan, all’interno del cuore pulsante della protesta fatto di coesione e di collaborazione tra i manifestanti in cui figurano medici, professori, avvocati, giornalisti. Maidan è un ritratto trasversale della società ucraina fatta di storie e percorsi differenti che si sono incrociati grazie ad un unico interesse: la libertà dell’Ucrania e l’affermazione di diritti individuali. Ma Winter on Fire è ben lontano dall’essere un documentario politico o un saggio sociologico sulla società ucraina. È  il racconto, molto emotivo, di come una protesta pacifica sia sfociata in una sanguinosa guerriglia urbana. È un inno alla lotta e ai valori che hanno ispirato il movimento di Euromaidan, che ha deciso di reagire alla repressione e che ha voluto prendere le distanze da quella politica – incapace di saper concretizzare in modo effettivo ed efficate le proposte della piazza – da cui lo stesso movimento popolare è rimasto deluso. Per questo motivo non ci sono infiltrazioni esterne ad edulcorare il racconto. Non c’è una voce narrante, non ci sono interventi di sociologi, storici, politologi a rendere il racconto più artificiale e prolisso. Quella che racconta Winter on Fire è la storia di chi a Maidan c’era, di chi ha portato provviste tra le barricate, di chi ha visto morire persone che conosceva. Perché è attraverso le loro parole che le immagini prendono vita e assumono una drammaticità ancora più forte. È una storia amara fatta di lacrime, di sangue, di frustrazione di un popolo che voleva essere ascoltato.

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Winter on Fire mostra al pubblico delle immagini molto crude (la visione infatti è sconsigliata ad un pubblico suggestionabile ed vietato a minori di 14 anni) che se fossero state messe in un semplice servizio giornalistico avrebbe fatto gridare alla pornografia dell’informazione. È una sensibilità di fondo mista alla volontà di non fare alcun tipo di revisionismo che consente a questo documentario di trascendere il mezzo televisivo e arrivare allo spettatore in maniera genuina e autentica nonostante dipenda tutto da un lavoro di montaggio. Il regista russo riesce a dosare sapientemente la tecnica documentaristica con l’emotività della vicenda senza snaturare i contenuti di quella protesta che, nonostante le violenze, restano comunque sempre presenti agli occhi di chi guarda. È una lavoro con un taglio emotivo molto definito dove viene messa da parte la ricerca dell’estetica televisiva a favore della creazione di un distillato di realismo concentrato in 98 minuti di materiale che si guarda tutto d’un fiato. E sì, Afineevsky va contro l’oggettività del documentario in sé lasciando fuori dal racconto il contraddittorio. È un documentario che in qualche modo ridefinisce il genere informando lo spettatore non di un dato oggettivo (come poteva essere il racconto storico in senso stretto su cause e conseguenze) ma di cosa voleva dire essere in piazza Maidan e di cosa questo ha significato per quella fetta di popolazione ucraina. È la storia di persone e di vite umane, alcune delle quali hanno cessato di esistere. In un’intervista via Skype, pubblicata sul canale YouTube UkeTube, Afineevsky, in quanto film-maker e non giornalista, sottolinea proprio la volontà di dare risalto alle voci di piazza Maidan e farle ascoltare e soprattutto guardare al mondo intero senza filtro, senza margine di interpretazione.

Nelle 93 giornate di Maidan sono morti 106 manifestanti e 18 poliziotti. In apertura viene si vede paralare un ragazzo ucraino barricato dietro uno scudo di legno improvvisato e con indosso un elmetto. Il giovane manifestante dice: «Questa è la rivoluzione Ucraina […] Credevate che bastasse andare in piazza Maidan, stare un po’ lì e tornare indietro?».

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Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom è stato presentato fuori concorso a Venezia 72, ha vinto il Grolsch People’s Choice Documentary Award al Toronto International Film Festival ed è attualmente candidato nella categoria Miglior Documentario all’edizione 2016 degli Oscar.

 

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