La Grande Scommessa, Adam McKay porta al cinema la crisi finanziaria del 2008

DISCLAIMER: Per scrivere questa recensione non è stato torturato alcuno studente di Economia. Pertanto se dovessero esserci precisioni terminologiche è perché sto provando a seguire la strada della non-violenza.

Allora (iniziare un post con “allora” dove siamo arrivati!) se avessi davanti Adam McKay dopo aver visto il suo ultimo film, La Grande Scommessa (titolo originale The Big Short), la prima cosa che gli direi è «Scusami, Adamo, ma di Aaron Sorkin ce n’è già uno e basta e avanza! Registicamente e narrativamente parlando. Non perché Sorkin non sia un modello da seguire, ci mancherebbe! Ma potevi almeno cercare di rendere un argomento ostico e difficile, come quello del tuo film, fruibile a tutto il pubblico. Perché poi sono costretto ad andare a leggere articoli sull’Huffington Post del tipo “10 cose che non hai capito de La Grande Scommessa e non hai il coraggio di chiedere”. E io non voglio che l’Huffington Post mi spieghi le cose! Se no, in alternativa, film del genere proiettali a qualche forum sull’economia mondiale e state nel vostro. Perché è bella e interessante l’idea di adattare il libro di Michael Lewis “The Big Short” per portare sul grande schermo un punto di vista inedito sulla crisi economica – quello di tre gruppi di investitori americani che prevedono prima di tutti il collasso del mercato immobiliare americano avvenuto poi nel 2008. Un’idea ambiziosa che però si traduce in uno spiegone lungo due ore dove ne esci esausto e senza un minimo di informazione aggiuntiva sulla questione. Ok, magari l’intento del film non è quello di formare lo spettatore su quello che è accaduto però almeno fai in modo che che non sia necessario aver dato un esame qualsiasi di economia all’università per capire il film e che almeno i personaggi siano di spessore. Almeno me ne esce un ritratto psicologico solido!» – Fine della filippica. Parliamo seriamente del film. 

La Grande Scommessa racconta la storia di tre gruppi di persone che dopo aver previsto il collasso dell’economia mondiale decidono, giustamente secondo la logica dell’alta finanza, di ricavarne enormi profitti scommettendo contro l’allora presunto solido mercato immobiliare (da qui il titolo del film). Michael Burry (Christian Bale), gestore di un fondo speculativo, è il primo di tutti ad accorgersi di questa opportunità e capisce che si possono trarre profitti da questa situazione di (in)stabilità creando un mercato di credit default swap (scusa Huffington Pò ma Wikipedia è meglio). Un comportamento alquanto illogico (fate come me, fate finta di sapere perché. Bravi, annuite. Così.) che attira le attenzioni di Jared Vennett (Ryan “attore senza spessore” Gosling), impiegato della Deutch Bank che fiuta l’occasione e decide di coinvolgere il trader Mark Baum (Steve Carell) all’interno dell’affare. Contemporaneamente una giovane coppia di investitori Charlie Geller (John Magaro) e Jamie Shipley (Finn Wittrock) vengono a sapere casualmente di questa operazione finanziaria. Capiscono che questa è una grossa occasione per trarre profitto ma sono troppo inesperti per parteciparvi autonomamente perciò decidono di coinvolgere l’ex banchiere Ben Rickert (Brad Pitt) e di sfruttare i suoi contatti nel mondo di Wall Street.

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L’ho fatta breve ma in realtà il film di McKay ha l’ambizione di spiegare quelle dinamiche che hanno condizionato la vita di milioni di americani introducendosi nella vicenda e incarnando però lo spirito di Wall Street: usare termini altamente specifici per non farti capire di cosa si sta parlando. Sei dentro la storia ma se non hai dimestichezza con un linguaggio tecnico e settoriale rischi di perdere il filo del discorso e soprattutto di non poter godere appieno di quegli spunti ironici e sarcastici che danno respiro a dei dialoghi serrati e infarciti di parole tipo sub-prime, debiti, obbligazioni e via discorrendo. McKay riesce molto bene a conferire al film una dinamicità forte che rispecchia il mondo dell’alta finanza fatto di frenesia, di telefonate nel bel mezzo delle riunioni, di decisioni “qui ed ora”. E, al contrario di Scorsese che in The Wolf of Wall Street aveva sottolineato questa frenesia con gli eccessi di vita vissuta, McKay decide di farlo attraverso una regia rapida e frenetica ottenuta grazie all’utilizzo della camera a mano, fatta di zoom improvvisi e cambi di inquadratura repentini che danno al film un taglio molto più televisivo che cinematografico. Prodotti tv come The Office, The Newsroom Parks and Recreations sono un ottimo esempio di questo tipo di regia un po’ più ruvida. E da questo tipo di produzioni sembra attingere non solo per lo stile registico quanto anche per il modo in cui alcuni nodi del discorso narrativo vengono sciolti. I dialoghi concitati e altamente tecnici trovano un po’ di respiro grazie alla rottura della cosiddetta quarta parete con Ryan Gosling che da narratore in voice over si trasforma in personaggio della storia fino a rivolgersi direttamente al pubblico per stimolarlo come a dire “Hey! Lo so che ci siete anche voi, tranquilli! Però restate con noi fino alla fine del film!” detto con lo sguardo da spot dei profumi. E non è solo lui a parlare a favore di telecamera: il discorso è ancora troppo saturo perciò si prova a dare un po’ di fluidità e di leggerezza attraverso la spiegazione per metafore di concetti chiave grazie all’intervento del cuoco Anthony Michael Bourdain, di Selena Gomez e di Margot Robbie che, nemmeno fossero in un talent show, si atteggiano a professori di economia (ricordando però quelli che agli esami ripetevano le cose a pappagallo) spiegando delle nozioni che se prima potevano solo sembrare irritanti perché di difficile comprensione adesso lo sono diventati. Cioè non è già abbastanza frustrante capire poco e farti spiegare le cose da quei tre? Ce lo vedete Cracco che parla di mutui sub-prime e derivati? Delle parentesi che invece di rendere più fluida la narrazione non fanno altro che sfilacciarla e cercando di far risalire la curva dell’attenzione degli spettatori.

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E anche in questo caso, alla fine della fiera, il discorso è sempre uguale: se come spiegazione dell’esplosione della bolla finanziaria ti bastava l’equazione “spazzatura + speculazione = crisi mondiale” è probabile che dopo aver visto La Grande Scommessa la spiegazione resti la stessa. Che gli speculatori di Wall Street fossero senza codice morale si sapeva già pur avendo una conoscenza sommaria della vicenda ottenuta grazie ai servizi del telegiornale RAI in cui Giovanna Botteri dagli USA parlava dei mutui sub-prime come se fosse l’ultimo album della popstar di turno. Il film di McKay non aggiunge nulla alla caratterizzazione di coloro i quali hanno preso parte a questa enorme frode, con gli stessi protagonisti del film artefici di una “truffa” al contrario in quanto, alla fine, sono stati gli unici a trarre profitto dal crollo della finanza americana. I personaggi principali sono privi di qualsiasi spessore emotivo e psicologico e anche il background storico di ognuno di loro risulta essere superfluo. Fanno eccezione, per fortuna, i personaggi di Steve Carell e di Jeremy Strong (Vinnie Daniel, assistente di Mark Baum). Per il primo pesa molto l’aspetto familiare della sua storia, con le continue telefonate con la moglie e i dilemmi morali che continuano a bussare alla porta della sua coscienza; per il secondo vale la determinazione di non voler restare indietro e di mantenere la sua integrità ad ogni costo incarnando la logica utilitaristica del male minore, il suo. Che poi è esattamente quello che esce fuori alla fine del film: una grande beffa in cui a far da padrona è l’ipocrisia di chi diceva di voler combattere ed ostacolare quel sistema speculativo ma poi quando il rischio è quello di perdere tutto il capitale che hai accumulato non puoi che fare a meno di piegarti a quel sistema e di assecondare le logiche che quel sistema lo hanno alimentato. E infatti non ci sono eroi in questo lungometraggio, come poteva sembrare dal trailer ben confezionato. I protagonisti del film avranno anche previsto il crollo del mercato immobiliare ma non sono tanto migliori di coloro i quali quel mercato hanno contribuito a farlo fallire. È questa probabilmente la morale di un film che alla fine dei conti risulta però essere ricorsivo e pretenziosamente didascalico dal quale si salvano l’interpretazione di Steve Carell – candidato come miglior attore in un film commedia o musicale agli Oscar 2016 (altri attori non pervenuti proprio) – una sceneggiatura che tutto sommato è solida e un montaggio, quello di Hank Corwin, perfetto e impeccabile che potrebbe portarlo a vincere il suo primo Oscar. Per il resto La Grande Scommessa è un film a basso livello di intrattenimento ma intanto la candidatura all’Oscar come miglior film se l’è portata a casa.

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