#PilotReview: American Crime Story, Ryan Murphy riporta in tv il processo a O.J. Simpson

Dopo averci tediato con gli ultimi tre capitoli di American Horror Story e un pessimo Scream Queens che non vale nemmeno il download illegale, Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee) forse è tornato a creare qualcosa di buono con American Crime Story (sì, i titoli non sono il suo forte) la nuova serie tv antologica creata e prodotta insieme a Brad Falchuk, Larry Karaszewsk, Scott Alexander e Nina Jacobson. Perché se le premesse sono quelle espresse nel pilota che ha debuttato sul canale via cavo FX il 2 febbraio, allora Ryan Murphy può redimersi per un capitolo a scelta tra gli ultimi tre di American Horror Story. “From the Ashes of Tragedy“, questo il titolo del primo dei dieci episodi che compongono la serie, è infatti ben con costruito, ben girato e ben scritto e pone le basi per raccontare nuovamente attraverso il piccolo schermo una delle vicende giudiziarie più seguite di sempre: il processo per duplice omicidio all’ex giocatore di football americano O.J. Simpson.

Il 13 giugno 1994 tra le 23:00 e mezzanotte due corpi vengono ritrovati all’875 di South Bundy Drive a Brentwood: sono quelli di un uomo, Ronald L. Goldman, e di una donna, Nicole Brown Simpson, ex moglie del campione di football americano O.J. Simpson. I cadaveri vennero ritrovati nel giardino della casa dove viveva Nicole: alla donna erano state inflitte 12 coltellate mentre sul ragazzo ne vennero rinvenute 20. La polizia trovò i figli della donna che ancora dormivano nelle proprie stanze da letto: nessuno al momento dell’omicidio vide o udì nulla. Per evitare che lo stesso O.J. venisse a sapere della morte dell’ex moglie attraverso il notiziario, i detective che si occuparono del caso decisero di dare subito la notizia all’ex campione NFL andando direttamente a casa sua. In quell’occasione riuscirono a parlare direttamente solo con Kato Kaelin, amico di O.J., il quale disse ai detective che Simpson era a Chicago. Mentre O.J. veniva a conoscenza dell’omicidio della moglie tramite una telefonata, il detective Mark Fuhrman trova un guanto insanguinato in un vialetto della casa del Running back americano.

american-crime-story-oj-simpson
fonte: FX

Un incipit racchiuso nei dieci minuti iniziali che innesca un episodio che va diritto al sodo della questione senza perdersi in inutili descrizioni e dà al telespettatore la cornice all’interno della quale si svolge l’azione e si posizionano i vari personaggi che prendono parte alla storia. O.J. Simpson (Cuba Gooding, Jr.) è la star con cui i poliziotti non sanno bene come relazionarsi perché se fino al giorno prima giocavano insieme a tennis, adesso devono interrogarlo per il duplice omicidio e sebbene O.J. fornisca risposte inconcludenti i detective restano incapaci di incalzarlo; il procuratore distrettuale Marcia Clark (Sarah Paulson) che da subito fiuta l’importanza del caso e si dimostra pronta a dimostrare la colpevolezza di un imputato che ha dei precedenti per aggressione; Robert Kardashian (David Schwimmer) – sì, il padre di Kim Kardashian: dove pensiate abbia iniziato a fiutare la popolarità la ormai signora West? – grande amico di O.J. al punto che ne diventa quasi oggetto di culto e di venerazione; l’avvocato di O.J., Robert Shapiro (John Travolta – che sembra scampato ad una retata in un centro estetico dove somministravano botox illegalmente), che inizia a testare il suo assistito in modo da capire se è realmente lui l’assassino; Johnnie Cochran (Courtney B. Vance), che successivamente entrerà a far parte della squadra di difensori di O.J. ma che ci viene introdotto adesso in maniera da sottolineare un altro degli aspetti fondamentali della vicenda: quello razziale.

In alto:(da sinistra): Cuba Gooding, Jr; Sarah Paulson; John Travolta. In basso (da sinistra): David Schwimmer; Courtney B. Vance; Billy Magnussen. Fonte: FX/Getty Images

American Crime Story, infatti, stabilisce delle coordinate ben precise a livello sociale facendo precedere il racconto dal filmato del pestaggio di Rodney King, un tassista di Los Angeles che nel 1991 venne assalito da alcuni poliziotti che lo avevano fermato per eccesso di velocità. Quel pestaggio venne ripreso da un videoamatore ma nonostante ciò i poliziotti coinvolti non vennero mai condannati. Questa assoluzione provocò la sollevazione della comunità afroamericana di Los Angeles che diede vita ad una sommossa che durò una settimana. Il motivo per cui gli sceneggiatori hanno usato questo filmato come introduzione (è praticamente la scena di apertura) è presto detto: la questione razziale diventò un elemento cardine dell’intero processo e della strategia difensiva degli avvocati dell’imputato (ad esempio venne rimarcato come il poliziotto che trovò il guanto fosse un caucasico con precedenti per atti discriminatori). Certo, O.J non incarna certo il rappresentante medio della comunità afroamericana a cui fa riferimento quel filmato: stiamo pur sempre parlando di uno che aveva una sua statua nel giardino della sua villa. Ma c’è forse la volontà di sottolineare come una dinamica sociale possa essere funzionale all’assoluzione o alla condanna di un imputato. Ovviamente non siamo nel campo né di Serial o di Making a Murderer né di The Jinx i cui esiti narrativi hanno offerto una nuova lettura dei vari casi di cui si sono occupati questi tre prodotti. Il processo a “The Juice” si è già svolto e ha avuto un esito ben preciso. Per questo motivo The People v O.J. Simpson vuole raccontare anche un altro aspetto della storia, quello che si è svolto fuori dalle aule di tribunale – “il processo non era tutta la storia” come recita una tagline del trailer – attraverso una soluzione seriale che sta a cavallo tra docu-drama e infotainment spinto. C’è l’intento di intrattenere lo spettatore riesumando un caso di cronaca nera di vent’anni fa e riportarlo al massimo grado di spettacolarizzazione attraverso una narrazione degli eventi più concitata ottenuta grazie ad una regia angosciante (la scena dei poliziotti che entrano in casa di Nicole Brown, ad esempio) infarcita di zoom-in e zoom-out che aumentano l’effetto drammatico della vicenda e ad una scrittura che tiene conto di aspetti come ad esempio i background familiari di Marcia Clark e O.J. Le due sfere familiari entrano da subito nell’orbita della narrazione mostrandoci Marcia alle prese con i due figli ed un routine incalzante e la famiglia di O.J. riunita ed adagiata nella villa del campione per mostrargli il proprio supporto.

Tutti i pregi della scrittura sono amplificati da un cast ottimo (forse Schwimmer ha ancora addosso la polvere di Ross di Friends) che rispecchia l’aderenza alla realtà per la somiglianza con i protagonisti reali della vicenda e per l’ottima rappresentazione dei personaggi (O.J. che sbrocca, l’apprensione dell’amico Robert, il guizzo negli occhi di Marcia Clark quando riceve la telefonata sul caso), e da un clima hollywoodiano – fatto di pillole da ingurgitare e di riferimenti allo showbitz (la Belushi situation* o l’essere in lista usato da Bob Kardashian per entrare sulla scena del crimine) – che si respira sin dall’inizio dell’episodio con il capannello di giornalisti apparso sulla scena del crimine nel distretto di Brentwood (“Brentwood? Nobody gets killed in Brentwood”, dice sorpresa Marcia Clark). Per dare la misura del circo mediatico che successivamente si è creato attorno al caso, la fuga di O.J. a bordo della sua Ford Bronco ebbe il potere di interrompere la trasmissione delle finali NBA del ’94 (se volete la versione integrale la trovate a questo link).

*Il riferimento è alla morte di John Belushi avvenuta nel 1982. In quella occasione i giornalisti vennero a conoscenza del fatto immediatamente e trasmisero la notizia prima che un ufficiale di polizia potesse notificare di persona la morte dell’attore alla famiglia.

o j simpson american crime story recensione

L’esito è garantito: il completo e immediato coinvolgimento dello spettatore che rimane intrappolato nella vicenda e ne rimane preso per tutta la durata di un ottimo pilota che getta le basi per un racconto che sembra ben strutturato. Murphy è stato in grado di posizionare strategicamente tutti i pezzi della scacchiera dotando il telespettatore di un contesto senza ricorrere a spiegoni farraginosi in cui a risaltare sono scrittura e recitazione. Ma c’è di più: in un periodo in cui remake, reboot e revival spadroneggiano senza ritegno e sembrano volteggiare sul quasi cadavere della televisione seriale, Ryan Murphy riesce a dare una nuova veste all’operazione nostalgia che tanto impazza nei palinsesti televisivi creando un prodotto che ti riporta indietro agli anni in cui si poteva fumare nei locali e potevi morire asfissiato dalla puzza di lacca della vicina, per riconsiderare una vicenda giudiziaria che è entrata di prepotenza a far parte dell’immaginario pop americano (tipo che anche una serie su Lorena Bobbit non mi dispiacerebbe). I 5 milioni di telespettatori americani – un record per un debutto sul canale FX – sono certamente indice di quanto questa fosse attesa questa serie e frutto di una operazione di promozione ben costruita ma sono un eccellente punto di partenza. Bisogna però vedere se queste aspettative verranno disattese o meno considerando che c’è il rischio di deformare ulteriormente i fatti per come sono realmente accaduti e per come molti sono abituati a considerarli. Siamo comunque davanti ad una storia che ha riempito i rotocalchi americani con le teorie più disparate e davanti ad una serie basata su un libro, quello di Jeffrey Toobin The Run of His Life: The People v. O. J. Simpson, adattato per essere riletto in chiave drammatica (nel caso doveste decidere di seguire la serie è utile ricorrere al fact checking dei vari episodi come fa ad esempio il magazine Vulture o anche Rolling Stone). Ma per il momento il pregio maggiore di American Crime Story sembra proprio quello di riuscire ad intrattenere bene e senza risultare una visione pesante nonostante si sappia già come vadano a finire certi fatti. Il racconto è sicuramente entusiasmante e avvincente e ha le basi per tratteggiare dei personaggi molto interessanti. Oh se poi non dovesse essere così: if the show doesn’t fit, you can always quit.*

*parafrasando la celebre frase del processo “If if doesn’t fit, you must acquit“. Ho mangiato pesante.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...