L’ultima parola, la vera storia di Dalton Trumbo arriva sul grande schermo

Tutti conoscono il film di William Wyler del 1953 Vacanze Romane, anche se non tutti lo hanno visto. «Ah, sì è quello con la scena di loro due a bordo della vespa. Lo confondevo con quello del bagno nella fontana di Trevi!». Quel film vinse tre statuette nell’edizione del 1954 dei premi Oscar: miglior attrice protagonista ad Audrey Hepburn, migliori costumi a Edith Head e miglior soggetto (categoria che fu accorpata a quella di miglior sceneggiatura originale a partire dal 1957) a Ian McLellan Hunter. Eppure, nonostante il nome di McLellan compariva nei credits del film, quest’ultimo non aveva scritto neanche una scena di Vacanze Romane. Il vero autore era della storia di Joe Bradley e della principessa Anna era in realtà un altro: Dalton Trumbo.

Quella di Dalton Trumbo è una figura importante nel panorama della storia del cinema perché non solo rappresenta un grande genio della scrittura, ma anche perché racconta una grandissima lezione di libertà in un periodo storico dalle tinte dark e in un paese che su quell’ideale dice di aver costruito le sue fondamenta.

Stati Uniti, secondo dopoguerra. Il clima da guerra fredda inizia a contaminare man mano la vita degli americani, il comunismo diventa ben presto lo spettro da esorcizzare e inizia a diffondersi un’atmosfera di paranoia che presto verrà rinominata come la paura rossa. La Commissione per le attività anti-americane, istituita nel 1938, non aveva fatto in tempo a scovare i nazisti sul suolo americano che subito le venne assegnato un nuovo compito: indagare su qualsiasi cittadino americano sospettato si avere relazioni comuniste e di lavorare a favore della propaganda rossa. Hollywood venne messa subito sotto la lente di ingrandimento così che la Commissione iniziò a convocare tutti gli sceneggiatori, attori e registi che avevano ideologie comuniste o sospettati di nutrirle. Tra questi spiccava un nome importante del panorama cinematografico, quello di Dalton Trumbo (Bryan Cranston) uno degli sceneggiatori più pagati e influenti di Hollywood. Trumbo venne convocato dalla Commissione nell’ottobre del 1947 e insieme ad altre nove persone decise di non rispondere alle domande che gli vennero poste. Per questo vennero condannati alla reclusione e da lì in poi i nomi dei 10 di Hollywood vennero banditi dal circuito cinematografico che contava. Furono così costretti a lavorare nel cinema attraverso contratti con piccoli studi, utilizzando pseudonimi e ricorrendo a prestanomi e al mercato nero.

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L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo di Jay Roach è certamente un film biografico ma lo è in maniera un po’ diversa da quelli tradizionali perché non ha la pretesa di offrire un ritratto chiuso e delineato del personaggio di Trumbo, bensì vuole raccontarlo attraverso lenti diverse (il lavoro, la famiglia, gli ideali politici) riuscendo anche a fare un piccolo saggio di storiografia americana. Attraverso una ricostruzione storica molto accurata, rifinita con documenti audiovisivi di repertorio, Roach riesce a portare sul grande schermo una pagina nera della cinematografia e della politica americana, distillandone gli aspetti principali attraverso la vita e il lavoro di un personaggio che ha subito in prima persona le conseguenze di una caccia alle streghe usata per giustificare degli ideali di patriottismo. Il risultato è un resoconto appassionante sulla vita di Dalton Trumbo, attraverso la bellissima interpretazione di Bryan Cranston che gli è valsa la candidatura agli Oscar 2016 nella categoria miglior attore protagonista.

L’ormai ex Walter White di Breaking Bad, infatti, si dimostra di nuovo perfetto nell’interpretare un personaggio pieno di contraddizioni, oscillando tra il lato professionale e quello familiare di Dalton Trumbo e spaziando su livelli emotivi differenti: c’è il Trumbo con il senso della famiglia, che spiega in maniera elementare alla figlia cosa significhi essere comunista e che scrive lettere appassionate dal carcere; c’è il Trumbo ossessionato dalla scrittura, che batte perennemente a macchina e scrive sceneggiature persino nella sua vasca da bagno; c’è il Trumbo egocentrico che rischia di venire risucchiato dalla sua battaglia contro la censura che conduce con energia e ostinazione; c’è il Trumbo fragile e sensibile che si commuove vedendo riabilitato il suo nome. Ma soprattutto c’è il Trumbo ironico ed arguto che è ben consapevole di come attraverso la parola è possibile portare avanti la battaglia di affermazione delle proprie libertà. Una battaglia che passa attraverso la caduta e l’umiliazione perpetrate da un sistema perverso – quello del maccartismo  incarnato dal personaggio di Hedda Hopper (Helen Mirren), in grado di manipolare il proprio pubblico di riferimento instillando nella mente degli americani sentimenti di paranoia e paura.

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Tutto il film mette in evidenza questo continuo dualismo, tra la necessità di esprimere se stessi e l’obbligo di sottostare a delle regole insensate e prive di fondamento, attraverso dialoghi taglienti e ben strutturati che fanno emergere l’arguzia e il talento di colui che ha sceneggiato film come Spartacus di Stanley Kubrick ed Exodus di Otto Preminger. Un dualismo che si riflette bene anche nella vita privata di Trumbo dove la sfera familiare è prima punto di riferimento ma successivamente rischia di diventare vittima delle sua ossessione per la propria battaglia. Nelle scene in cui Dalton Trumbo è ritratto insieme agli amici e alla famiglia (da sottolineare in questo contesto i personaggi di Cleo Trumbo – Diane Lane – e della figlia Nikola ‘Niki’ Trumbo – Elle Fanning) si avverte un senso di coralità che scompare non appena lo sceneggiatore americano si trova a doversi confrontare con la clandestinità e l’impossibilità di vedere riconosciuti pubblicamente i suoi successi. Una serie di cambiamenti che non avvengono mai bruscamente ma seguono una gradualità resa possibile grazie ad una scrittura fluida – quella della sceneggiatura di John McNamara basata sul soggetto del libro di Brice Cook “Dalton Trumbo” – che acquista dinamicità grazie ad un’ottima colonna sonora firmata da Theodore Shapiro.

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Jay Roach riesce a tratteggiare un personaggio di Dalton Trumbo in modo godibile, costruendo un film accurato e ricco di attenzione ai dettagli e offrendoci un’altra grande interpretazione di Bryan Cranston. Forse il film prende una piega un tantino più retorica nel finale ma questo non risente sulla sostanza di quello che è un buon film, che racconta una storia che non tutti conoscono e che lascia spazio ad approfondimenti sul periodo maccartista. La vera nota dolente, tuttavia, è un’altra: il film, purtroppo, è stato distribuito in sole 51 sale in tutta Italia. Ma in questo caso penso che anche voi, come Dalton Trumbo, la sappiate lunga.

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